Allora, premettiamo che io di
Camilleri ho letto poco niente, al di fuori di
Moltalbano sono! conosco pochino ed anche lo stesso poliziotto siciliano mi è un po' oscuro. A parte che per un momento ho pensato che mia madre si fosse convertita alla
prosa in dialetto siciliano (ho capito solo dopo che l'amico scrive alcuni suoi romanzi
accussì) in effetti mi sono un poco stupito. Mi immaginavo una bella storiella degna del poco
Montalbano sono! che ho letto e mi ritrovo un romanzo che, a dispetto delle dimensioni contenute, nasconde un peso ed una potenza letteraria non da poco. Insomma il
titolo ci porta all'ambientazione di questo
romanzo storico che si muove negli anni del fascismo e della
guerra d'Etiopia narrando una serie di vicende sconcertanti a Vigata. Michelino è un bambinetto figlio del segretario politico del suo paese (che, nonostante la provenienza, incarna bene tutte le caratteristiche del
celodurismo neofascista contemporaneo) e della sua moglie (che invece è un po' zoccola, insomma molto contemporanea anche lei). Michelino è un figlio della lupa, affezionato al moschetto e al duce, intriso di propaganda fascista ma ancor di più di dogmi cattolici. Poverino, c'ha sei anni, è un bambino innocente, che ne sa lui di quel che è giusto e quel che non lo è? Niente, ma l'ambiente in cui si trova non lo aiuta certo a decidere per il meglio... Ah dimenticavo, Michelino c'ha anche un'altra caratteristica, c'ha una nerchia gigante (la cosiddetta
minchia tanta, avete capito bene) il che gli complica ancor più la vita, facendolo divenire l'oggetto del desiderio di molti (il maestro, il ragioniere, la cugina, la vicina di casa...) e complicandogli non poco la crescita. Ma Michelino è un'anima innocente, ma per quanto innocente sia non riesce a restare indenne e comincia a perpetrare un sacco di nefandezze, sempre con la solita innocenza però, fino all'epilogo finale che è decisamente violento, ma visto comunque con gli occhi di un bambino innocente. Vabbè, dite voi, c'hai rotto la minchia (tanta o non tanta) con 'sta innocenza. È però su questo artificio letterario e su questa caratteristica del personaggio che il vegliardo siciliano gioca per far passare anche le azioni più nefande come un gioco infantile, come una conseguenza naturale degli eventi, quasi ci fosse un filo logico, senza mai cadere nel dramma anzi condendo il tutto con un pizzico d'ironia, e solo alla fine ci si accorge che il racconto è in realtà la narrazione di un turbine di violenze inaudite snocciolate con mano sapiente. Un romanzo storico che più contemporaneo di così non si può, c'è l'intero repertorio di un anno di cronaca nera, non manca nulla, e il registro attraverso il quale Camilleri conduce
le fila del racconto non solo è ammirevole ma decisamente subdolo, infido, malizioso e soprattutto efficace. Altro che vecchietto, alla veneranda età di 78 anni (sticazzi!) il siciliano fa capire di avere ancora l'occhio vispo e arzillo come un giovinotto e la penna ben appuntita.
Autore: Andrea Camilleri
Titolo: La presa di Macallè
Edizioni: Sellerio, La memoria, 2003
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