sabato 28 novembre 2009

Andrea Fazioli - L'uomo senza casa


Alüra... un noir a tinte fosche letto un po' per caso, direttamente dal Canton Ticino. Si esatto, dalla svizzera, che uno pensa al genere poliziesco e alla Svizzera e gli vengono in mente Huber e il signor Rezzonico, insomma una roba poco seria. E invece Fazioli è serissimo, ma proprio serio serio. C'è sto personaggio, l'investigatore privato Elia Contini, che dopo aver indagato per una vita su tradimenti, gatti scomparsi e liti tra vicini si trova coinvolto in una storia di omicidi che riguarda direttamente lui e il suo passato. Riuscirà il nostro protagonista (che è pure un po' misantropo, e mi sta pure un pochetto sul cazzo) ad uscire da questa situazione a dir poco delicata? Non vorrei rovinarvi la sorpresa, ma alla fine ci riesce. Insomma un libro ben scritto con un intreccio anche interessante ma con un ritmo da marcia funebre... cheppalle...

Autore: Andrea Fazioli
Titolo: L'uomo senza casa
Edizioni: Guanda, Narratori della Fenice, 2008
Avuto sottomano: prestito bibliotecario

giovedì 12 novembre 2009

Lorenzo Licalzi / Marco Vicario - Sette uomini d'oro


Mizzica a me Licalzi piace sempre, indistantamente, sia che scriva cose egregie che cagate colossali, non fa differenza. Se avete letto Io no, Non so e soprattutto Il privilegio di essere un guru (se non li avete letti vergognatevi, dite tre Pater Noster e due Ave Maria e procurateveli al più presto) saprete di cosa parlo. Massì, quelle storie da due soldi che non ti frega niente che poi però dopo che le hai lette dici: “ah però che bella storiella, me ne leggerei un’altra tonnellata” (a onor di cronaca bisogna dire che quando Licalzi scrive cagate pazzesche il sentimento non è proprio identico). Vabbè, 7 uomini d’oro è una storia di provincia, con tre protagonisti (ma non dovevano essere 7?) buffi e piuttosto imbecilli che compiono imprese abbastanza inverosimili ma chissefrega, il libro scorre veloce, la trama regge, ci sono momenti di alta comicità, storie da bar, ganster d’altri tempi e mignotte, insomma un’alchimia di cazzate e ironia sapientemente mescolata il cui risultato è un libro solido cui non manca niente (c’è pure li spazio per la riflessione sull’amicizia eterna, cheppalle). Ed in più lo strumento della citazione (7 uomini d’oro ma non solo) come fonte di ispirazione per la trama risulta efficace. Insomma, er mejo per i viaggi in treno e pullman di durata superiore alle due ore.

Autore: Lorenzo Licalzi
Titolo: Sette uomini d'oro
Edizioni: Rizzoli, 2008
Avuto sottomano: prestato da mia sorella


E mo’ vi beccate pure il film. Vicario prima di dedicarsi a una serie di commedie erotiche all’italiana (Homo Eroticus, L’erotomane, Paolo il caldo e Mogliamante solo per citarne alcuni) sforna sto filmetto che solo per i costumi, le acconciature e le chiappe della Podestà può rivaleggiare a pieno titolo con The Italian Job. La trama è la solita, il colpo del secolo che finisce in vacca, qualche colpo di scena, colonna sonora lounge, dialoghi ridotti al minimo storico, apparecchiature fantascientifiche e poliziotti imbecilli, accenti improbabili e altrettanto improbabili personaggi. Fighissimo, Eugenio consiglia soprattutto il remake di Franco e Ciccio, Due uomini d’oro.

Regista: Marco Vicario
Titolo: Sette uomini d'oro
Italia, 1965

martedì 10 novembre 2009

Grant Heslov - L'uomo che fissa le capre

Ieri sera, quasi casualmente, Ale ed io siamo andati al cinema. La scelta non è stata delle più semplici: Parnassius, Nemico pubblico, Anno uno (quello appena uscito con quel mito di Jack Black) sono stati dei grandissimi avversari. Parnassius, al Romano, iniziava alle 22.30, ma io ho pensato: "Al Romano i film di solito cominciano alle 10 e visto che sono già le 10 e un quarto e non ho ancora trovato parcheggio, siamo in ritardo!", così abbiamo optato per Nemico pubblico al Reposi. Trovato l'accurato loco ove abbandonare la macchina, giunti davanti ai cartelloni, abbiamo notato con molto rammarico che Nemico pubblico era ormai iniziato da almeno 10 minuti, non perché fossero le 22.40, ma perché iniziava alle 22.15. Così, visto che Anno uno era in programma all'Olimpia (le altre sale del Reposi, dall'altro lato dell'isolato) e visto che si erano fatte le 22.28, abbiamo optato per L'uomo che fissa le capre.
Sorprendente. Tratto dal libro Capre di guerra di Jon Ronsom, il film è una bella parodia del punto di vista americano sulla guerra. Un giornalista (Ewan McGregor) viene lasciato dalla moglie per il suo editore che ha pure un braccio finto. Senza più speranza, decide di partire alla volta dell'Iraq per trovare una storia da raccontare. Incontra così un tale (George Clooney) che incomincia a parlare di un battaglione dell'esercito americano chiamato Nuova Terra. I soldati di questo battaglione sono supersoldati chiamati Jedi, capaci di attraversare i muri e di usare la psiche come arma per dissuadere. Loro non combattono, ma lottano con ogni mezzo per prevenire le guerre. Capo di questa nuova filosofia (molto new age) è Bill Django (Jeff Bridges), un fattone che, dopo aver battuto la testa cadendo da un elicottero in Vietnam, diventa il nuovo guru fricchettone dell'esercito americano; e tra LSD, capre, dialoghi dissacranti, citazioni varie e un cattivo sopra le righe (Kevin Spacey), lentamente si assiste all'inevitabile presa per i fondelli del grande zio Sam.
Alla fine viene da pensare se LSD non se lo sia preso il regista o chi ha scritto il libro o magari entrambi e che probabilmente il film non porta da nessuna parte, o forse, invece, visto che è tratto da una storia vera, si può credere che sia una piccola perla di comicità nera e un po' demente che, nascondendosi dietro la risata facile, smantella l'idea di superomini che gli americani hanno di loro stessi. E questo mi piace.

lunedì 9 novembre 2009

Massimo Carlotto - Il fuggiasco



Il fuggiasco ci racconta la storia di un latitante in giro per Europa e Messico e delle sue disavventure giudiziarie, ma attenzione: non è una storia qualsiasi, è una storia vera. È la storia dello scrittore stesso che, accusato ingiustamente di un omicidio (complice la sua militanza politica) è costretto a fuggire fuori dall'Italia, diventando protagonista, suo malgrado, di uno dei casi giudiziari più controversi della storia italiana. La prima parte del libro, la più godibile, affronta il tema della latitanza (perlopiù parigina e messicana) affrontando i temi che in effetti al lettore medio (a meno che non sia un latitante) sono perlopiù sconosciuti: il cambio di identità, le misure d sicurezza, i rapporti con gli altri latitanti e l'ansia provocata da questa situazione di limbo tra libertà e carcerazione. La seconda parte racconta invece il periodo successivo alla cattura, l'iter processuale e si conclude con la concessione della grazie da parte del Presidente della Repubblica. Diciamolo pure, io preferivo il Carlotto dell'Alligatore, preferivo le storielle di assassinii e malavita organizzata, preferivo il noir esemplare di Arrivederci amore ciao. Però è un peccato. Perché in effetti Carlotto ci parla di cose che oggi ci paiono scontate (avere un processo giusto e una giustizia uguale per tutti non è cosa da poco) ma che scontate non sono (il caso Cucchi ne è un triste e preoccupante esempio). E ci racconta anche la lotta che lui stesso ha portato avanti mobilitando migliaia di persone non certo per la sua causa ma per quello che la sua causa rappresentava e rappresenta ancora oggi (è ancora in atto il ricorso presso la Corte Europea di Giustizia per la riapertura del caso). Insomma un libro altalenante, pensato forse come romanzo ma scritto come denuncia, la struttura narrativa ne risente, la verità documentaria e la sua forza politica affatto.

Autore: Massimo Carlotto
Titolo: Il fuggiasco
Edizioni: e/o, tascabili e/o, 1994
Avuto sottomano: imprestato da mia sorella

venerdì 6 novembre 2009

Andrea Camilleri - La presa di Macallè



Allora, premettiamo che io di Camilleri ho letto poco niente, al di fuori di Moltalbano sono! conosco pochino ed anche lo stesso poliziotto siciliano mi è un po' oscuro. A parte che per un momento ho pensato che mia madre si fosse convertita alla prosa in dialetto siciliano (ho capito solo dopo che l'amico scrive alcuni suoi romanzi accussì) in effetti mi sono un poco stupito. Mi immaginavo una bella storiella degna del poco Montalbano sono! che ho letto e mi ritrovo un romanzo che, a dispetto delle dimensioni contenute, nasconde un peso ed una potenza letteraria non da poco. Insomma il titolo ci porta all'ambientazione di questo romanzo storico che si muove negli anni del fascismo e della guerra d'Etiopia narrando una serie di vicende sconcertanti a Vigata. Michelino è un bambinetto figlio del segretario politico del suo paese (che, nonostante la provenienza, incarna bene tutte le caratteristiche del celodurismo neofascista contemporaneo) e della sua moglie (che invece è un po' zoccola, insomma molto contemporanea anche lei). Michelino è un figlio della lupa, affezionato al moschetto e al duce, intriso di propaganda fascista ma ancor di più di dogmi cattolici. Poverino, c'ha sei anni, è un bambino innocente, che ne sa lui di quel che è giusto e quel che non lo è? Niente, ma l'ambiente in cui si trova non lo aiuta certo a decidere per il meglio... Ah dimenticavo, Michelino c'ha anche un'altra caratteristica, c'ha una nerchia gigante (la cosiddetta minchia tanta, avete capito bene) il che gli complica ancor più la vita, facendolo divenire l'oggetto del desiderio di molti (il maestro, il ragioniere, la cugina, la vicina di casa...) e complicandogli non poco la crescita. Ma Michelino è un'anima innocente, ma per quanto innocente sia non riesce a restare indenne e comincia a perpetrare un sacco di nefandezze, sempre con la solita innocenza però, fino all'epilogo finale che è decisamente violento, ma visto comunque con gli occhi di un bambino innocente. Vabbè, dite voi, c'hai rotto la minchia (tanta o non tanta) con 'sta innocenza. È però su questo artificio letterario e su questa caratteristica del personaggio che il vegliardo siciliano gioca per far passare anche le azioni più nefande come un gioco infantile, come una conseguenza naturale degli eventi, quasi ci fosse un filo logico, senza mai cadere nel dramma anzi condendo il tutto con un pizzico d'ironia, e solo alla fine ci si accorge che il racconto è in realtà la narrazione di un turbine di violenze inaudite snocciolate con mano sapiente. Un romanzo storico che più contemporaneo di così non si può, c'è l'intero repertorio di un anno di cronaca nera, non manca nulla, e il registro attraverso il quale Camilleri conduce  le fila del racconto non solo è ammirevole ma decisamente subdolo, infido, malizioso e soprattutto efficace. Altro che vecchietto, alla veneranda età di 78 anni (sticazzi!) il siciliano fa capire di avere ancora l'occhio vispo e arzillo come un giovinotto e la penna ben appuntita.

Autore: Andrea Camilleri
Titolo: La presa di Macallè
Edizioni: Sellerio, La memoria, 2003
Avuto sottomano: imprestato dalla mamma

Ari Folman - Valzer con Bashir

Valzer con Bashir racconta di un ex soldato israeliano, divenuto adulto, che cerca di ripercorrere gli anni della prima guerra del Libano. Su di sè ha compiuto un processo di rimozione, tant'è che nulla ricorda di quel periodo, in particolare della strage di Sabra e Chatila. Ma il racconto di un sogno da parte di un suo amico, lo risveglia. Decide così di intervistare i suoi compagni d'armi per ricostruire ciò che è stato taciuto prima e distrutto poi.
La scelta di trattare la guerra con un film d'animazione può essere, da un certo punto di vista, sconcertante, ma la mia opinione al riguardo è che una storia del genere non poteva essere resa meglio se non così. Per due motivi: primo perché il percorso a ritroso compiuto dal protagonista è basato su ricordi, impressioni e sogni, quindi nulla di certo e di concreto come infatti è l'animazione; secondo perché il tema della guerra e della morte, essendo di per sè osceno e irripetibile, può essere rivissuto cinematograficamente solo se viene reso unico. Paradossalmente quindi un film di guerra diventa un cartone animato in cui si racconta un pezzo di storia sia civile sia personale. In questo modo il regista israeliano offre la possibilità al proprio popolo di compiere una seduta psicoanalitica collettiva, dove poter portare in superficie quello che è stato apparentemente cancellato dalla memoria comune.

giovedì 5 novembre 2009

Samuel Maoz - Lebanon


Arrivo al cinema Romano e la serata comincia in salita, mi viene dato un simpatico volantino che dovrebbe distogliermi dalla visione di Lebanon e già mi sento in colpa, Laura è in ritardo e speriamo che non arrivi in tempo così slittiamo su un altro film, ma Laura arriva in tempo, non abbastanza in anticipo per discutere sul da farsi ma abbastanza in orario per non perdere l'inizio del film. E fanculo al volantino, io il film me lo guardo lo stesso e decido se mi piace o no. E infatti non mi piace. Ma andiamo con ordine. Premiato con il Leone d'Oro alla sessantaseiesima edizione della mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, Lebanon è l'opera prima di Samuel Maoz che, avendo partecipato alla guerra del Libano come soldato, racconta le vicissitudini di quattro giovani soldati mandati al fronte. Sai che palle, ne abbiamo visti già mille di film che raccontano la stessa roba, erano giovani e forti eccetera eccettera. Ma il buon Maoz (o il furbo Maoz) c'ha l'idea di inizio secolo e gira il film tutto all'interno di un carro armato israeliano, dove i quattro giovini sono di casa, guardando all'esterno unicamente attraverso il puntatore del cannone. Al che la visione risulta viziata da un pizzico di montante claustrofobia. In più non è che l'occhio esterno sia particolarmente rinfrancante, anzi la fotografia quasi iperrealistica non concede molto all'immaginazione, andando a focalizzarsi perlopiù su corpi morti, mutilati, insanguinati, a volte infuocati in generale non in forma smagliante, tra l'altro c'è pure spazio per il siparietto porno, fantastico. Ma questa è la guerra, brutta e cattiva e bisogna farci i conti, e i conti ce li facciamo pure, ma atrocità e cruditè varie non bastano a condannare l'evento bellico e tanto meno la claustrofobia, che risulta un bella trovata da film thriller ma non va oltre. Insomma di sti quattro ragazzi alla loro prima missione non si capisce un bel niente, uno impazzisce l'altro muore e gli altri due la sfangano, e il finale (soprattutto il finale) non ci lascia pensare che, superata la linea d'ombra, i giovini saranno costretti a vivere una vita segnata dall'esperienza libanese ma piuttosto che, superato il primo impatto claustrofobico e macellaio, siano prontissimi a continuare le loro imprese belliche andando a sparacchiare in giro a cuor leggero.

Regista: Samuel Maoz
Titolo: Lebanon
Israele, Libano, Francia, Germania 2009
Visto: al cinema con Laura

mercoledì 4 novembre 2009

Sandrone Dazieri - La cura del Gorilla



Vai si parte. Primo libro a farne le spese è La cura del Gorilla di Sandrone Dazieri. Qui e qui le info su Dazieri, qui sul film interpretato da Bisio e qui più info sul libro. Allora ve lo racconto, iniziando dal titolo. La cura del Gorilla si riferisce al fatto che il Gorilla (soprannome del protagonista, che si chiama Sandrone) esce dall'ospedale dopo essersi preso un proiettile nella schiena dall'assassino della puntata precedente. Sarà quindi un romanzetto tranquillo che ci racconta la riabilitazione del protagonista. Nient'affatto. Cominciamo col dire che il Gorilla è un investigatore privato che sbarca il lunario facendo dei lavori schifosi e che è affetto da una schizofrenia che lo costringe a dividere il suo corpo con un'altra personalità, identificata come il Socio: quando Sandrone si addormenta, entra in campo il Socio, quando il Socio si addormenta passa la mano al Gorilla, si lasciano dei bigliettini per sapere che cosa è capitato mentre l'altro dormiva. Bel casino. Vabbè ma la storia continua, un tizio unto va a proporgli un lavoro a Torino che Sandrone rifiuta, torna infatti a casa dalla mamma a Cremona, per starsene un po' tranquillo e invece che succede? Succede che posa gli occhi su una tipa decisamente gnocca un po' casinara che vive con tre albanesi, Sandrone se la vorrebbe fare ma vista la compagnia della ragazza desiste, ma la speranza di farsela ritorna quando uno degli albanesi viene squartato vivo a casa della ragazza e vengono indicati come colpevoli gli altri due. La tipa, sapendo che Sandrone è un investigatore privato e che se la vuole fare, va a piagnucolare da lui e lo convince ad occuparsi del caso. Lui accetta (sperando di farsela alla fine della storia) e tutte le tracce delle indagini portano a Torino, allora lui che fa? Accetta il lavoro a Torino dal tipo unto e indaga per conto suo per scagionare gli albanesi. E qui incominciano i casini. Perché prima che risolva il caso Sandrone si becca un sacco di botte, già lo avevano sparato, in più si mette in mezzo ad un casino con gli immigrati, la polizia e pure due ex galeotti romani che tentano di fare la pelle ad un'altra tipa che Sandrone vorrebbe farsi ma non vi riesce. Vabbè raccontata così in effetti non rende, rende forse un po' il personaggio che ha un corpo solo e due persone dentro, di cui noi conosciamo ovviamente la parte più sfigata, quella che si prende le botte, che è pure un po' stronza ma nasconde in realtà un animo buono (la parte seria, cazzuta e risoluta tipo Steven Seagal ovviamente è il Socio, di cui sappiamo poco e di cui ci viene raccontato ancora meno). Neanche a dirlo Sandrone si infila nei casini, il socio pensa a tirarcelo fuori. Strano ma vero il Gorilla si chiama Sandrone (come l'autore) e con l'autore condivide alcuni tratti biografici (sull'autofiction interessante è la nota di Wu Ming 1 a pagina 9 del memorandum NIE 2.0) e, con la storia della doppia personalità, ci presenta il lato introspettivo della storiella, dove ci sta la parte sentimentale sfigata instronzita dagli eventi ridotta ad un pungiball (che non chiava) e la parte stronza per natura e vocazione, più simile ad una macchina da guerra che ad un individuo (che chiava leggermente di più) che tutti noi vorremmo essere per risolvere situazioni delicate e arrestare tutti i tipi di soprusi (e chiavare di più). Insomma un bel libro da divorare in un paio di sere prima di dormire, poi fa parte di una serie di romanzi per cui finito uno se abbiamo voglia ci leggiamo quello dopo per sapere come procede la storia, poi ci racconta la realtà come non la vogliamo tanto sapere (storie sordide mignotte clandestini droghe sbirri papponi eccetera) e non ci impegna più di tanto, anzi ci diverte e appassiona. E meno male, perché dopo tutte le botte che si prende non solo Sandrone non riesce a farsi la tipa discretamente gnocca di cui sopra, ma la manda pure al diavolo quando lei non aspettava altro che  farsi inciuffare da lui. Vabbè pace, sfigato, instronzito dagli eventi e pure un po' coglione.

Autore: Sandrone Dazieri
Titolo: La cura del Gorilla
Edizioni: Einuadi, Stile Libero noir, 2001
Avuto sottomano: prestito bibliotecario

Il cassetto delle croste



Innanzitutto il blog si doveva chiamare solo croste, ma l'url era già occupata da un blog di catto-crostacei. Vai a capire. Allora siamo evoluti nel cassetto delle croste, ovvero il contenitore delle croste (ma và?), ovvero, citando il dizionario garzanti alla voce crosta, riferito in maniera dispregiativa ad un dipinto, il contenitore di una roba senza nessun valore artistico.
L'avreste mai sospettato che qui non si parla di alta cultura ma di robe che ci passano per caso sottomano e di pensieri scaturiti dal più profondo dei nostri animi (il nostro culo)? Se no cambiate blog, i catto-crostacei vi aspettano, se sì preparatevi a mangiucchiare.